Chi sono

 

Ciao,

sono Virginia Biffi e nel 2003 ho preso un negozio di rivendita di alimenti (una specie di mini-market) nel quale rivendere anche pane fresco, pizze e focacce.

 

All’inizio è stata dura farsi accettare dai Sestesi…

 

Non conoscevo nessuno e anche se Sesto è a due passi da Milano e anche se i sestesi sono adorabili, fino a quando NON sanno chi sei sono diffidenti e poco predisposti ad accettare qualcuno di nuovo in città così su due piedi.

 

Oltre a questo, mettici un po’ di mancanza di esperienza come libera professionista (visto che fino al giorno prima ero sempre stata una semplice commessa), mettici un po’ il fatto di avere dei figli adolescenti che dovevo crescermi da sola perchè il loro padre si era rivelato un inetto e uno scansa fatiche che non passava nemmeno gli alimenti:

per me è stato davvero difficile imparare a controllare in completa autonomia la geatione di un negozio e ci ho messo 3 anni buoni a trovare un mio equilibrio.

Nel frattempo i miei figli crescevano e diventavano indipendenti (se pur con qualche marachella e qualche difficoltà) e io mi ero anche finalmente stabilizzata col mio nuovo compagno che aveva una ditta di idraulica.

 

Insomma, andava tutto anche troppo a gonfie vele…

 

Il lavoro aumentava, il negozio rendeva profitto e anche se i miei figli sono  un po’ delle teste calde, tutto sommato sono dei bravi ragazzi e si stavano sistemando: uno diventando manager in una catena di supermercati e l’altro nella ditta di idraulica del mio compagno.

 

Dopo un’infanzia difficle e una prima vita coniugale che sembrava anche peggio, la mia vita stava cominciando ad essere degna di essere chiamata tale, fino a quando…

 

…nell’aprile del 2010, proprio nel cuore della notte e mentre tutti dormivamo, il mio compagni è stato colto da un ictus.

 

Se ce ne fossimo accorti, forse, a quest’ora NON sarebbe rimasto disabile.

 

Ma come avrei potuto rendermene conto… me ne sono accorta solo nelle prime ore della mattina, quando ho visto che ad ogni mia domanda, corrispondeva un tartagliamento di parole senza senso.

 

Mi sono alzata di colpo e mentre con la punta di un piede lanciavo i pantaloni del pigiama, ho telefonato all’ambulanza col cuore in gola e gli occhi che pensavo sarebbero usciti dalle orbite.

 

Da quel giorno nulla è stato più a stessa cosa…

 

Ho passato quasi un anno per le cliniche e gli ospedali cercando qualcuno che facesse tornare la mia dolce metà a camminare e ci potesse restituire una vira normale, ma niente.

 

Dopo un anno in cui a stento sono riuscita a tenere aperto il negozio, contraendo diverse decine di migliaia di euro di debiti, delusa e affranta nel vedere lui con un braccio immobilizzato e la gamba che sembrava quella di legno del capitano uncino; ho dovuto smettere di spendere i soldi dei miei fornitori per pagare delle cure che tanto stavano portando al nulla più assoluto.

 

Dei  migliaia di euro di logopedia e di cliniche riabilitative è rimasto ben poco, oltre al rimpianto della consapevolezza che forse, con un po’ di prevenzione, tutto questo incubo avrebbe potuto essere evitato.

 

Quando finalmente mi sono decisa a rimettermi a lavorare, ho messo gli occhi di fronte ad una situazione che era molto peggio rispetto a come mi aspettavo:

 

  • il debito con i fornitori era sopra a ciò che pensavo di avere;
  • i clienti erano stati decimati per colpa di una scarsa competenza nel lavoro delle persone che NON mi ero presa la briga di formare, prima di delegargli l’apertura del negozio;
  • E l’arredamento incomnciava ad essere davvero mal messo, visto che dal 2003 al 2011 NON era mai stato cambiato e che io l’avevo preso già usato.

 

Insomma, NON proprio la situazione migliore da gestire, per una persona che aveva appena FALLITO come compagna di vita, come imprenditrice e come donna.

 

Passavo le giornate a piangere e il piccolo vizietto di bere era diventato il mio rifugio dalla tristezza.

 

I miei figli avevano una vita intensa come si addice a dei ragazzi della loro età e nascondergli il peso dei miei problemi, NON è stato poi così difficile. E poi lo sai come siamo noi mamme… non vogliamo mai pesare sulle spalle dei nostri figli.

 

Peccato -o per fortuna- che il figlio più grande -un eterno insoddisfatto- dopo aver trascorso quasi un anno in vui aveva completamente perso la passione per il suo lavoro manageriale nella catena di supermercati, ha incominciato a farmi visite sempre poiù frequenti, quasi come se stesse cercando dei consigli o l’approvazione per lasciarei il posto di lavoro al supermercato e incominciare da capo a fare qualcosa di nuovo.

 

Diceva che voleva trasferirsi all’estero e gli piaceva l’Australia…

 

Ma nel venire a trovarmi così spesso, si è presto reso conto della situazione allarmante nella quale mi trovavo:

 

  • avevo perso l’autostima;
  • ero circondata da creditori pressanti;
  • il mio compagno era disabile e i suoi figli dal giorno uno della malattia erano diventati come i fantasmini dei cartoni animati e si vedevano una volta ogni 3 mesi;
  • i margini sui prodotti che vendevo erano diventati troppo ridicoli per sostenere il costo della vita che aumentava e le spese di gestione dell’attività che crescevano di pari passo;
  • e ancora peggio, i clienti non davano cenno di voler tornare a comprare da me come prima che lui avesse l’incidente.

 

DI punto in bianco mio figlio ha deciso che voleva trasformare il mio mini market in un panifico col forno, di assumermi come commessa e in cambio mi ha chiesto “solo” di smettere di bere.

 

Di primo acchitto ho detto di si e NON avrei mai immaginato che per me sarebbe stato così difficle…

 

Ma proprio NON riuscivo, faticavo persino ad ammettere di avere un problema e questo ha contribuito in maniera importante ad alzare la tensione che si era creata nel negozio tra me, mio figlio e i soci che aveva voluto introdurre nel progetto, anche se nemmeno lui oggi ne capisce bene la ragione, oltre a dire che si è semplicemente limitato a dire di si alle loro richieste.

 

Comunque…

 

Di fatto sta che dopo una partenza scoppiettante, ricca di soffisfazioni e di vendite, in cui abbiamo avuto anche molti più clienti di quanti non fossi riuscita ad averne io da sola:

 

  • prima mio figlio e i soci si sono separati;
  • poi il rapporto tra me, il carattere spigoloso di mio figlio e i miei problemi d’alcool hanno fatto separare anche noi;
  • e alla fine mi sono ritrovata sola e con un cooagno disabile da curare.

 

Lo amavo moltissimo…

 

eppure dopo l’incidente era cambiato, era divintato depresso, petulante ed eccessivamente critico; senza contare che i suoi figli fino alla fine del 2019, hanno sempre continuato a fare i fantasmini.

 

Già, il 2019…

 

A 51 anni, dopo tutte le peripezie che avevo attraversato, mi sono finalmente decisa a mettermi apposto sul serio, a prendermi la responsabilità della mia vita e fare pace con mio figlio.

 

Pensavo che mio figlio mi odiasse e all’inizio i suoi modi indifferenti mi hanno anche fatto pensare che avevo ragione…

 

ma quando poi si è reso conto che volevo sul serio cambiare, che volevo davvero diventare una persona migliore, mi ha concesso subito più spazio:

 

  • mi ha addirittura accompagnato a conoscere dei posti che potessero aiutarmi;
  • ha accettato che lo aiutassi saltuariamente in negozio;
  • e anche se era contrario alla soluzioine che avevo scelto per smettere di bere, mi ha lasciato libera di gestire la cosa come meglio credevo.

 

Già….

 

però se lo avessi ascoltato, forse, sarebbe stato meglio.

 

Sì, perchè la mia “soluzione” era….

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Adriano